Archivio, appunti, referti: scrivere con ciò che esiste
C’è una forma di scrittura che non nasce dall’invenzione, ma dalla raccolta.
Non dalla fantasia libera, ma dall’attrito tra ciò che è stato scritto, registrato, archiviato… e ciò che ancora non è stato raccontato.
La documentazione non è un limite alla narrazione.
È uno dei suoi strumenti più potenti.
Viviamo in un’epoca in cui si pensa che scrivere significhi “creare dal nulla”. In realtà, molte delle storie più disturbanti, più credibili e più durature nascono dal contrario: scrivere con ciò che esiste già.
Un archivio.
Un referto.
Un appunto a margine.
Una frase burocratica che non voleva essere letteraria.
E proprio per questo lo diventa.
L’archivio non è freddo. È muto.
Un archivio non racconta.
Attende.
Dentro un fascicolo non c’è una storia, ma una traccia. Date, firme, timbri, diagnosi, protocolli. Linguaggio impersonale, neutro, spesso disumano. Ma è lì che avviene la magia narrativa.
Perché l’archivio non mente per emozione, ma mente per omissione.
E lo scrittore lavora proprio in quello spazio vuoto.
Ogni documento dice: questo è successo.
Ma non dice mai come è stato vissuto.
Ed è lì che entra la scrittura.
Appunti: il pensiero prima che diventi ordine
Gli appunti sono il punto di contatto tra realtà e interpretazione.
Non sono ancora racconto, ma non sono più solo dato.
Un taccuino, una nota presa di fretta, una frase isolata possono avere più forza di un intero capitolo costruito a tavolino. Perché l’appunto conserva l’istante mentale in cui qualcosa è stato notato.
Scrivere partendo da appunti significa accettare una narrazione frammentaria, imperfetta, umana.
Significa rinunciare al controllo totale e lasciare che il testo si costruisca per accumulo e risonanza, non per linearità.
È una scrittura che non spiega subito.
E spesso non spiega affatto.
Referti: il linguaggio che non voleva raccontare
Il referto è uno degli strumenti narrativi più sottovalutati.
Perché è il punto in cui la vita viene tradotta in termini clinici.
Una diagnosi non racconta il dolore.
Lo classifica.
E proprio per questo genera uno scarto narrativo potentissimo: tra ciò che è scritto e ciò che è stato provato.
Scrivere con i referti significa lavorare sul contrasto:
- tra il linguaggio tecnico e l’esperienza emotiva,
- tra la freddezza del dato e la violenza della realtà,
- tra ciò che è misurabile e ciò che non lo è.
Non serve aggiungere pathos.
Il referto, lasciato quasi intatto, è già disturbante.
Scrivere con ciò che esiste non è imitare. È interpretare.
Usare documentazione reale non significa fare copia-incolla.
Significa ascoltare.
Ogni documento porta con sé una visione del mondo: burocratica, medica, giuridica, amministrativa. Lo scrittore non deve correggerla, ma metterla in relazione con il non detto.
La narrazione nasce:
- negli spazi bianchi,
- nelle incongruenze,
- nelle ripetizioni,
- nelle formule standard che sembrano innocue.
Scrivere con ciò che esiste è un atto di responsabilità.
Perché obbliga a non inventare il dolore, ma a riconoscerlo.
Il risultato: un gotico credibile, un orrore silenzioso
Questa modalità di scrittura produce un effetto preciso: credibilità.
Il lettore non ha l’impressione di essere guidato, ma di aver trovato qualcosa.
Non di essere intrattenuto, ma di essere messo davanti a un fatto.
È il tipo di narrazione che non urla.
Non spiega.
Non cerca il colpo di scena.
E proprio per questo resta.
Perché quando una storia sembra già esistita prima di essere scritta, il lettore la percepisce come vera.
Anche quando è insopportabile.
Scrivere con archivi, appunti e referti significa rinunciare a una parte dell’ego autoriale.
Ma in cambio si ottiene qualcosa di più raro: autorità narrativa.
Non perché lo scrittore sia onnisciente.
Ma perché ha saputo ascoltare ciò che era già lì.
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