Di Glenn Cooper
Trama
David Birch è un archeologo di fama, uno di quelli che hanno imparato a fidarsi dei dati, delle stratigrafie, dei protocolli. I misteri fanno parte del suo mestiere, ma sempre entro i confini del rigore scientifico.
Finché, in un cunicolo mai esplorato di Derinkuyu, la leggendaria città sotterranea della Cappadocia, si imbatte in qualcosa che non dovrebbe esistere.
Sepolto da oltre duemila anni, emerge un congegno di bronzo inciso con una mappa del mondo sorprendentemente completa: continenti e oceani che, all’epoca, non erano ancora conosciuti. Un oggetto che sembra sfidare il tempo, la storia e la logica.
Per comprenderne l’origine, David si rivolge a una specialista del celebre meccanismo di Anticitera, conservato in Grecia. Da quel momento, le certezze accademiche cedono il passo a un viaggio che attraversa paesi e secoli, seguendo le tracce di chi, nel corso della storia, avrebbe custodito un segreto troppo potente per essere usato.
Perché alcuni oggetti non servono a cambiare il futuro.
Servono a dimostrare che forse è già stato scritto.
Recensione
Le chiavi del Cosmo parte con un’idea forte e affascinante. L’incipit funziona: il ritrovamento a Derinkuyu richiama immediatamente il meccanismo di Anticitera, uno dei più grandi enigmi della storia antica, e promette un thriller archeologico solido, ambizioso, carico di suggestione scientifica e mitologica.
Il problema è che quella promessa viene progressivamente disattesa.
Già nelle prime fasi della narrazione emergono scelte poco credibili: David porta fuori dalla Turchia, in modo del tutto illegale e mai spiegato, un manufatto archeologico di enorme valore. Lo fa viaggiando in aereo, passando per controlli moderni, scanner e dogane, senza che nessuna autorità se ne accorga. Un passaggio cruciale che avrebbe richiesto almeno una giustificazione narrativa, ma che viene liquidato come se fosse un dettaglio irrilevante.
Da lì in avanti, il romanzo accelera in modo innaturale. David e la dottoressa greca – con cui instaura una relazione sentimentale rapida e piuttosto banale – abbandonano scavi, finanziamenti e responsabilità per mettersi in viaggio intorno al mondo. In due persone, nel giro di circa due settimane, riescono a recuperare ciò che altri non sono riusciti a trovare in duemila anni. Senza vere indagini, senza ostacoli reali, senza un vero senso del rischio.
I viaggi si susseguono, i manufatti cambiano paese con la stessa facilità di un bagaglio a mano, e la sospensione dell’incredulità viene messa a dura prova. Manca un lavoro investigativo serrato, manca la fatica della ricerca, manca soprattutto la sensazione che le scoperte siano conquistate e non semplicemente concesse dalla trama.
Anche i personaggi restano incompleti. David non compie un vero arco di trasformazione, la dottoressa rimane funzionale alla storia più che davvero viva, e il loro rapporto sentimentale non ha il tempo né la profondità per risultare credibile o coinvolgente.
Il finale, infine, arriva in modo frettoloso. L’arresto di David, la detenzione, l’uscita dal carcere e la chiusura della storia avvengono senza un vero climax, senza una risoluzione che dia senso al percorso narrativo. Tutto si chiude troppo in fretta, lasciando la sensazione di un romanzo che avrebbe avuto bisogno di maggiore controllo editoriale e di una struttura più solida.
Il vero rammarico è proprio questo: Le chiavi del Cosmo aveva tutte le carte in regola per essere un grande thriller storico-scientifico. L’idea di fondo è potente, ma viene sacrificata da scorciatoie narrative, illogicità evidenti e da una gestione superficiale del tempo, dello spazio e delle conseguenze.
Uno scivolone inatteso per Glenn Cooper.
Non un disastro, ma un’occasione mancata.
