Il momento in cui il testo prende decisioni che l’autore non controlla più
C’è un momento, durante la scrittura, che non viene quasi mai dichiarato apertamente. Non perché sia raro, ma perché è scomodo da ammettere: il momento in cui la storia smette di obbedirti.
Non è ispirazione.
Non è “flusso”.
Non è nemmeno talento.
È qualcos’altro. È il punto in cui il testo inizia a rifiutare le scorciatoie.
All’inizio, una storia è sempre sotto controllo. L’autore decide cosa succede, chi parla, dove andare a parare. Anche quando improvvisa, lo fa da una posizione di dominio: può cambiare idea, tornare indietro, sistemare. La storia è materia grezza, ancora docile.
Poi, se il lavoro è stato fatto bene, succede qualcosa di diverso.
Una scena che non vuole chiudersi come avevi previsto.
Un personaggio che rifiuta una battuta “furba”.
Un finale che funziona solo se rinunci a spiegare.
In quel momento la storia non è più tua.
Non perché abbia una volontà mistica, ma perché ha acquisito una coerenza interna più forte delle tue intenzioni.
Ed è qui che molti autori si fermano. O peggio: forzano.
Forzare una storia significa ricordarle chi comanda. Significa imporre una soluzione elegante quando la situazione è sporca. Inserire una frase brillante perché “ci sta bene”, anche se rompe il tono. Spiegare un passaggio perché temi che il lettore non capisca, anche se capire non era il punto.
Quando una storia smette di essere tua, comincia a chiederti una cosa precisa: rinuncia.
Rinuncia al controllo totale.
Rinuncia all’effetto.
Rinuncia alla versione che ti fa sentire intelligente.
Non è una perdita. È una selezione naturale.
Le storie che sopravvivono sono quelle che hanno superato l’ego dell’autore. Quelle che non servono a dimostrare qualcosa, ma a reggere qualcosa. Ambiguità, tensione, incompletezza. Tutto ciò che non si lascia chiudere in una formula rassicurante.
Il lettore, contrariamente a quanto si crede, riconosce questo passaggio. Anche se protesta. Anche se dice “non mi è piaciuto il finale” o “avrei voluto sapere di più”. Lo riconosce perché sente che il testo non sta più chiedendo approvazione. Sta semplicemente esistendo.
Una storia ancora “dell’autore” cerca consenso.
Una storia che non lo è più chiede solo di essere attraversata.
E qui c’è il paradosso più difficile da accettare: scrivere bene significa, a un certo punto, smettere di scrivere come autore e iniziare a scrivere come testimone. Non di fatti reali, ma della logica che hai messo in moto.
Se una scena ti mette a disagio, probabilmente è quella giusta.
Se una soluzione ti sembra troppo pulita, probabilmente è falsa.
Se il testo ti sta togliendo sicurezza, probabilmente sta funzionando.
Quando una storia smette di essere tua, non diventa migliore per forza. Ma diventa vera nel suo perimetro. E questo è l’unico tipo di verità che la narrativa può permettersi.
Il resto è controllo.
E il controllo, in letteratura, è quasi sempre un sintomo di paura.
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