Racconti dall’Ombra – La Biblioteca Segreta di Claudio Bertolotti

Benvenuti nella sezione più oscura del mio sito.
Qui, dove la luce fatica a entrare e la carta odora di nebbia e silenzi, troverete un racconto inedito ogni settimana: storie gotiche, visioni, piccoli frammenti di un mondo che respira tra le pieghe dell’Archivio Blackwood e oltre.

Non sono semplici esercizi di stile.
Sono stanze chiuse, aperte per un istante e subito richiuse.
Sono ciò che rimane quando un autore tenta di trattenere un’ombra sulla pagina… e a volte ci riesce.

Ogni racconto è pensato per essere letto in pochi minuti, ma per restare molto più a lungo.
Una Lanterna nella nebbia, un corridoio che non dovrebbe esistere, un volto intravisto nel riflesso: la Londra gotica che vivo nei miei romanzi prende forma qui, in episodi brevi, accessibili a tutti ma attraversati da una vena di inquietudine.


Un racconto a settimana

Ogni settimana verrà pubblicato un racconto nuovo, completamente inedito.
Gli episodi spazieranno tra:

  • visioni dell’Archivio Blackwood;
  • scene gotiche autonome, scollegate dai romanzi ma immerse nella stessa atmosfera;
  • piccole leggende urbane vittoriane;
  • racconti dark ambientati in orfanotrofi, vecchi manicomi, biblioteche polverose;
  • frammenti narrativi che giocano con il mistero e l’oscurità.

Un appuntamento fisso, per lettori che vogliono entrare — anche solo per pochi minuti — in una Londra che non esiste, ma potrebbe farlo.


Diritti e tutela delle opere

Tutti i racconti pubblicati in questa sezione sono opere originali di Claudio Bertolotti,
registrati e tutelati secondo normativa sul diritto d’autore.

È vietata qualsiasi riproduzione totale o parziale, inclusa la pubblicazione su social, blog, riviste o gruppi senza mio consenso scritto.

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Perché questa sezione?

Perché leggere è un rituale.
E la scrittura lo è ancora di più.

Questa pagina nasce per dare ai lettori uno spazio dedicato, intimo, dove trovare ogni settimana qualcosa di nuovo, qualcosa che non richiederà un libro intero, ma che parlerà lo stesso linguaggio:
la lingua dell’ombra.


LA CASA CHE NON RESPIRAVA PIÙ

(Racconto inedito – © Claudio Bertolotti. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione totale o parziale.)

    La nebbia di Londra era così densa quella notte che pareva un animale. Non una semplice foschia, ma qualcosa che strisciava lungo i marciapiedi, cercando fessure nei muri, annusando i passi dei pochi temerari che osavano avventurarsi fuori. Edgar Blackwood non era tra questi: non stava lì per coraggio, né per imprudenza. Era stato chiamato.

    E quando l’Archivio chiama, qualcosa è già andato storto.

    La casa al numero 27 di Weeping Lane era più che abbandonata: sembrava svuotata, come se anni di solitudine l’avessero erosa dall’interno. Le finestre non erano semplicemente rotte: erano occhi spenti, incapaci di riflettere anche la luce del lampione davanti all’ingresso. Di quella casa si diceva tutto e il contrario di tutto: che fosse caduta a pezzi per incuria, che fosse stata teatro di qualcosa di innominabile, che nessuno, proprio nessuno, avesse mai abitato realmente lì dentro.

    Blackwood sollevò il bavero del cappotto, più per abitudine che per freddo. La notte di dicembre gli pungeva la pelle come spilli, ma lui era abituato. Ciò che lo irritava davvero era quella strana sensazione: un peso dietro lo sterno, come se qualcuno stesse trattenendo il respiro proprio accanto a lui.

    Spinse la porta.
    Cigolò, come se si lamentasse di essere disturbata. L’interno era peggio di quanto si aspettasse: un corridoio stretto, soffocante, impregnato di un odore stantio. Non muffa… qualcosa di più sottile. Odore di legno molto vecchio, ma anche di pagine bagnate, come se decine di libri fossero stati lasciati marcire sul pavimento.

    Una lanterna oscillava tra le dita di Blackwood, proiettando ombre che sembravano muoversi prima ancora che lui si spostasse. Fece un passo. Il pavimento scricchiolò. Fece il secondo.
Scricchiolò di nuovo, ma… non nello stesso punto. Come se qualcosa—o qualcuno—avesse messo il piede un attimo dopo di lui.

    Blackwood si fermò. Non respirò per un istante, ascoltando. La casa sembrava immobile. Troppo immobile. Una casa abbandonata ha dei rumori suoi: il vento che filtra, le assi che cedono, i muri che si assestano nel silenzio. Questa, invece, non faceva nulla. Era come se trattenesse ogni possibile suono.

    Entrò nella sala principale: un grande ambiente vuoto, tranne un tavolo storto al centro e una sedia rovesciata. Fin qui tutto prevedibile. Ma ciò che lo bloccò fu l’oggetto sopra il tavolo.

    Una tazza di porcellana.
    Pulita.
    Intatta.
    Colma.

    Non di tè. Di latte. E ancora tiepido.

    Il cuore di Blackwood rallentò. Non accelerò: rallentò, come se la casa lo stesse costringendo a sincronizzarsi con un ritmo diverso.

    Avanzò, alzando la lanterna, e vide un’ombra scivolare lungo la parete opposta. Non era la sua. Non combaciava con nessun angolo, nessuna fonte di luce. Era una sagoma irrimediabilmente storta, come se fosse appesa al muro da fili invisibili.

    «Chi c’è?» domandò, più per protocollo che per reale aspettativa. La casa rispose con un rumore sordo, venuto dal piano superiore.

    Un passo. Lentissimo. Pesante.

    Blackwood salì le scale solo quando quel passo cessò. Non voleva inseguire: voleva capire. Il secondo piano era buio come una miniera abbandonata. Nella stanza in fondo, una finestra sbatteva piano, nonostante fuori non tirasse un filo di vento. La sua lanterna illuminò qualcosa sul pavimento: una linea tracciata con gesso bianco.

    Una linea perfetta. Dritta. Indirizzata verso l’armadio.

    E sull’anta dell’armadio… Una frase. Scritta con le dita, non con un gessetto.

Non entrare quando smetto di respirare.

    Blackwood posò la mano sull’anta. Era gelida. Non il freddo dell’inverno: il freddo del marmo. Dietro quell’anta non c’era un mostro, né un fantasma. Non c’era alcuna creatura urlante pronta a saltargli addosso. C’era qualcosa di molto più inquietante.

    Il vuoto.

    Un vuoto profondo, come se quel mobile contenesse un angolo di mondo strappato via. Nessun odore. Nessuna traccia. Nessun suono.

    La casa, allora, fece qualcosa che non avrebbe dovuto fare. Inspirò.

    Blackwood sentì l’aria spostarsi, un movimento quasi impercettibile ma inevitabile. Capì, allora, ciò che altri non avevano capito.

    Quella casa non era abbandonata. Non era infestata. Non era pericolosa.

    Era affamata.

    E dopo anni di attesa, stava finalmente respirando di nuovo.


(Racconto inedito – © Claudio Bertolotti. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione totale o parziale.)

LA VOCE SOTTO IL PONTE

    La notte gravava su Southwark come una promessa infranta. La nebbia scivolava lenta lungo i vicoli, impigliandosi ai lampioni a gas e deformando ogni cosa in sagome incerte. L’ispettore Edgar Blackwood avanzava con il bavero del cappotto sollevato e la mano destra chiusa attorno al manico della lanterna. Nonostante fosse spenta, quella luce pareva sempre pronta a risvegliarsi quando l’oscurità diventava troppo curiosa.

    Era stato un pescatore a chiamarli: «C’è qualcuno che parla sotto il ponte… ma non c’è nessuno».
Blackwood non aveva bisogno di altro. Le anomalie avevano sempre un modo tutto loro di scegliere il luogo e il momento.

    Si fermò sotto le arcate del Southwark Bridge. Lì, il Tamigi era un animale in dormiveglia: mugugni, gorgoglii, spire di vapore che salivano e svanivano. Blackwood ascoltò, trattenendo il respiro. Per un istante udì soltanto l’acqua. Poi arrivò il sussurro.

Edgar… torna indietro…»

    La voce sembrava provenire da una fenditura tra le pietre, sottile come un graffio, ma pulsante di una presenza troppo densa per essere un’eco. Blackwood posò la mano sul muro umido. Ciottoli gelidi, muffa, un odore di ferro. Il sussurro tornò, più vicino, più affamato.  

Non dovevi venire qui…»

    Il cuore gli diede un solo colpo forte, poi tornò regolare. Il panico, con lui, non aveva mai fatto molta strada.
«Mostrati» mormorò. La sua voce rimbalzò sotto la volta come un comando a una creatura riluttante.

    La luce della lanterna si accese da sola. Una fiamma sottile, quasi timida, tremolò dietro il vetro. Blackwood non mosse un dito. Era il segnale che attendeva: ciò che l’aveva chiamato non era un uomo, né un inganno del fiume.

    Il sussurro si fece coltello.

Non puoi fermarlo… è già qui.»

    Blackwood avvertì un improvviso gelo alle spalle. Una figura emerse dalla nebbia, alta, curva, bagnata come se fosse appena risalita dal fondo del Tamigi. Il volto era nascosto dall’ombra, ma gli occhi no: due punti lattiginosi, spenti, che sembravano ricordarlo.

    La lanterna proiettò un cerchio di luce pallida sull’acqua. Lì, riflessa tra le increspature, appariva una terza figura: identica a quella davanti a lui, ma immobile, come un cadavere sospeso nel buio liquido.

    La voce parlò ancora, ma non dalla riva. Non dalla nebbia.
Dal riflesso.

Edgar… non è me che cerchi. È ciò che mi ha mandato

    Prima che potesse reagire, l’acqua esplose in un vortice di ombre.

    E Blackwood capì che il ponte non era il luogo dell’incontro.
    Era l’ingresso.


(Racconto inedito – © Claudio Bertolotti. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione totale o parziale.)

IL SEGNO SUL SOFFITTO

    La stanza era troppo silenziosa per essere una stanza abitata. L’ispettore Edgar Blackwood rimase sulla soglia, il sigaro economico spento tra le dita. Lo rigirava lentamente, mentre la mano libera si apriva e chiudeva in un tic involontario. Non era nervosismo: era attenzione. Quel tipo di attenzione che precede sempre qualcosa di sbagliato.

    «Non c’è odore di gas. Né di muffa» disse il sergente Monroe, osservando l’ambiente con occhi giovani ma già stanchi. «Eppure… sembra che l’aria sia stata usata.»

    Padre Marcus Quinn avanzò senza rispondere. Il suo abito scuro era semplice, quasi anonimo, ma portava con sé un odore leggero di incenso e cenere fredda. Alzò lo sguardo verso il soffitto.

    Il segno era lì.

    Un simbolo inciso direttamente nell’intonaco, tracciato come con un’unghia o qualcosa di ancora più duro. Non sanguinava. Non brillava. Ma sembrava recente, come se la stanza lo stesse ancora ricordando. «Non è un simbolo di evocazione» disse Quinn. «È un marchio di passaggio.»

    Blackwood sollevò gli occhi. «Passaggio di cosa.»

    Il sacerdote inspirò lentamente. «Di volontà.»

    Un colpo secco provenne dal corridoio. Monroe si voltò di scatto, portando la mano alla fondina. «Qualcuno è entrato.»

    «No» rispose Blackwood. «Qualcuno è rimasto.» Il tic alla mano aumentò, le dita che si chiudevano e riaprivano come a contare qualcosa di invisibile. Accese il sigaro. Il fumo acre si diffuse, spezzando la staticità dell’aria. Per un istante, il simbolo sul soffitto parve vibrare.

    Quinn aprì il breviario. Non lo lesse. Lo usò come un peso, come un’àncora. «Chiunque abbia tracciato quel segno non voleva invocare. Voleva farsi notare.»

    Dal muro opposto giunse un sussurro, basso, raschiante, come parole pronunciate senza lingua. Monroe fece un passo indietro. «Io… io non capisco cosa stia dicendo.»

    «Meglio così» mormorò Quinn.

    Il sussurro aumentò. Il simbolo iniziò a sgretolarsi, pezzi di intonaco caddero a terra come neve sporca. Dal soffitto si formò un’ombra che non seguiva la luce. Un volto senza lineamenti si piegò verso di loro.

    Blackwood avanzò di un passo. Il sigaro tremò appena. «Non sei il primo a cercare attenzione. E non sarai l’ultimo.»

    L’ombra reagì, dilatandosi, ma Quinn fu più rapido. Tracciò un segno nell’aria con due dita, non un gesto ampio, ma preciso. «Qui non resti.» Il sussurro divenne un urlo soffocato. L’ombra collassò su sé stessa, risucchiata nel punto da cui era emersa. Il simbolo sul soffitto si spense del tutto.

    Il silenzio tornò. Un silenzio diverso.

    Monroe espirò lentamente. «È … finita?»

    Quinn chiuse il breviario. «No. Era solo un messaggio.»

    Blackwood schiacciò il sigaro a terra. Il tic alla mano si fermò. «Allora risponderemo.»


LE CATENE DI NATALE

(Racconto inedito – © Claudio Bertolotti. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione totale o parziale.)

     La neve cadeva su Whitechapel in fiocchi irregolari, già sporchi prima ancora di toccare terra. Edgar Blackwood avanzava lentamente, il bavero del cappotto alzato, un sigaro economico acceso all’angolo della bocca. Il fumo si mescolava alla nebbia, acre e rassicurante. La mano sinistra, quella libera, si apriva e si chiudeva in un tic nervoso che tradiva più concentrazione che paura.

     Accanto a lui, il sergente Declan O’Connor camminava in silenzio. Aveva imparato a riconoscere quel ritmo delle dita: quando compariva, significava che qualcosa li stava osservando. «Natale» disse O’Connor, con un sorriso stanco. «Le famiglie chiuse in casa, i bambini a dormire. E noi a inseguire voci.»

     Blackwood non rispose subito. Si fermò sotto un lampione a gas, la luce tremolante che disegnava ombre innaturali sul selciato. «Le voci parlano di catene. E di zoccoli.»

  O’Connor sospirò. «Sempre meglio dei coltelli.»

     Il rumore arrivò alle loro spalle: un tintinnio metallico, lento, deliberato. Non il suono di un uomo che cammina, ma di qualcosa che striscia trascinando il proprio peso. Blackwood schiacciò il sigaro contro il muro, lo lasciò cadere e avanzò di un passo. Le dita della mano si chiusero, poi si aprirono di nuovo.
    

     Dalla nebbia emerse una figura alta, troppo alta per essere umana. Le corna ricurve spuntavano da un volto bestiale, coperto di pelo scuro e incrostato di ghiaccio. Catene avvolgevano il torso e le gambe, e a ogni movimento producevano un suono secco, punitivo. Gli zoccoli affondavano nella neve lasciando impronte nere.

     Il Krampus inclinò la testa, come se stesse studiando due insetti curiosi.
     O’Connor sentì la gola seccarsi. «Allora… non era una storia per spaventare i bambini.»
     «No» rispose Blackwood con calma. «Era un avvertimento.»

     La creatura avanzò di un passo. Il suo respiro usciva in nuvole dense, cariche di un odore di fieno marcio e stalla. Dai denti sporgeva una lingua scura, umida. Gli occhi, però, non erano furiosi. Erano antichi. E stanchi.
    

     «Non sei qui per noi» disse Blackwood, rompendo il silenzio. «Sei qui per qualcosa che ti è stato tolto.»

     Il Krampus ringhiò piano, un suono profondo che fece vibrare l’aria. Poi alzò una mano artigliata e indicò una casa poco distante: una finestra illuminata, tende tirate male. All’interno, l’ombra di un bambino si muoveva inquieta.
O’Connor fece un mezzo passo avanti. «Blackwood…»
    

     La mano dell’ispettore si aprì e si chiuse una volta sola. «Quel bambino non è colpevole.»

     Il Krampus sembrò irrigidirsi. Le catene tintinnarono più forte, come se qualcosa le tirasse dall’interno. Per un attimo la bestia parve sul punto di avanzare, di ignorare quelle parole.

     Poi Blackwood parlò ancora, a voce più bassa. «Se lo tocchi, non tornerai nell’ombra stanotte.»
Non era una minaccia urlata. Era una constatazione.

     La creatura fissò l’uomo a lungo. Il vento soffiò più forte, sollevando la neve. Infine il Krampus emise un verso sordo, a metà tra un sospiro e un lamento. Abbassò la mano, fece un passo indietro e si voltò. Le catene strisciarono sul selciato mentre la figura si dissolveva nella nebbia, lasciando solo impronte nere che si riempirono lentamente di neve fresca.

     O’Connor espirò. «È… finita?»

     Blackwood accese un altro sigaro. Il tic alla mano si placò. «Per stanotte.» Si voltò verso la casa illuminata. Dietro le tende, l’ombra del bambino si era fermata. «Andiamo» disse. «A Natale, anche i mostri sanno quando è il momento di tornare nel buio.»


PRIMA DEL VANGELO

(Racconto inedito – © Claudio Bertolotti. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione totale o parziale.)

     La pioggia cadeva su Londra con una regolarità quasi ipnotica, come se la città stesse cercando di lavarsi via qualcosa che non voleva essere ricordato. In una strada secondaria di Bethnal Green, lontano dalle vie illuminate e dai teatri, una casa a tre piani se ne stava rannicchiata contro il buio. Le finestre erano tutte chiuse, ma dietro i vetri si muoveva una luce irregolare, tremolante, come il respiro affannoso di qualcuno che non riusciva a calmarsi.
    

     Edgar Blackwood osservava l’edificio dal marciapiede opposto, il bavero del cappotto rialzato, il sigaro spento stretto tra le labbra. La sua mano destra compiva il solito tic: le dita si aprivano e si richiudevano lentamente, come se stesse contando qualcosa che non voleva nominare. «Non mi piace,» disse infine. La voce era bassa, raschiata da anni di fumo e notti senza sonno. «Quando una casa sembra trattenere il fiato, di solito lo fa prima di urlare.»
    

     Declan O’Connor, al suo fianco, sputò a terra e si fece il segno della croce senza nemmeno accorgersene. Era più giovane di Blackwood, più massiccio, con quel modo diretto di stare al mondo tipico di chi aveva visto il peggio e aveva deciso di non pensarci troppo. «I vicini dicono che la donna urla da tre giorni. Poi silenzio. Poi di nuovo urla. Come se…» Si interruppe, cercando le parole. «Come se qualcosa stesse provando la voce.»
    

     Padre Marcus Quinn li attendeva già davanti alla porta. Non indossava l’abito talare completo, solo un cappotto scuro sopra i vestiti sacerdotali, ma portava con sé una borsa di cuoio consunto che               Blackwood aveva imparato a riconoscere. Dentro non c’erano solo libri. «Non è una casa,» disse Quinn senza preamboli. Il suo accento irlandese diventava più marcato quando era stanco o concentrato. «È un contenitore. E qualcosa dentro si è accorto di non essere più solo.»

     La porta si aprì con un gemito lungo e profondo, come se il legno stesse protestando. L’aria all’interno era pesante, densa di umidità e di un odore metallico che pizzicava la gola. Candele consumate illuminavano il corridoio, ma la loro fiamma non era stabile: oscillava anche quando nessuno si muoveva.

     «Donna sola,» mormorò O’Connor, guardandosi intorno. «Vedova. Senza figli.»

     «Le migliori,» rispose Blackwood. «Non perché lo meritino. Perché nessuno le ascolta.» Salendo le scale, il rumore cambiò. Non era più il semplice scricchiolio del legno vecchio, ma qualcosa di più irregolare, come un ritmo spezzato. A metà della rampa, Blackwood si fermò di colpo. Sentiva un formicolio dietro gli occhi, una pressione familiare.
«Padre,» disse, senza voltarsi. «Non è una possessione semplice, vero?»

     Quinn non rispose subito. Aprì la borsa e ne estrasse un piccolo crocifisso annerito, segnato da crepe sottili. «No. È qualcosa che ha radici. E quando una cosa ha radici, non se ne va solo perché glielo chiedi gentilmente.»

     La stanza da letto era un caos controllato. Il letto era stato spinto contro il muro, le lenzuola strappate. Simboli tracciati col carbone e con qualcosa di più scuro ricoprivano il pavimento. Al centro, legata con corde spesse, c’era la donna. Magra, troppo magra. Gli occhi spalancati fissavano il soffitto, ma le labbra si muovevano in un sussurro continuo, incomprensibile.

     Quando Blackwood entrò, il sussurro cessò.
Il silenzio fu immediato, innaturale.
Poi la donna sorrise.
«Finalmente,» disse con una voce che non era la sua. Era più profonda, stratificata, come se più persone stessero parlando insieme. «Avete portato l’uomo che dubita.»

     Blackwood sentì il sigaro spezzarsi tra i denti. «Mi conosci.»

     «Ti conosco da prima che tu sapessi di potermi conoscere.»

     O’Connor fece un passo avanti, la mano sulla pistola. Quinn alzò una mano. «Non così,» disse piano. «Non ancora.» Il prete iniziò a recitare, in latino. Le parole riempirono la stanza come un’onda lenta. Per un istante sembrò funzionare: il corpo della donna si irrigidì, le corde scricchiolarono.

     Poi la risata esplose, violenta, e una delle candele si spense di colpo.
«Tu non hai autorità qui,» ringhiò la voce. «Tu sei solo un uomo che ha visto troppo e ha continuato lo stesso.»

     Il crocifisso di Quinn tremò. Una crepa nuova lo attraversò da parte a parte.

     Blackwood fece un passo avanti, ignorando lo sguardo di avvertimento di O’Connor. «Se vuoi parlare, parla con me,» disse. «Lascia stare lei.»
Gli occhi della donna si abbassarono lentamente fino a incontrare i suoi. Erano neri, senza riflessi. «Oh, Edgar Blackwood,» sussurrò la cosa. «È per questo che sei qui. Perché tu sei una porta.» La stanza si oscurò di colpo, come se qualcuno avesse spento la notte stessa. E da qualche parte, sotto il pavimento, qualcosa cominciò a muoversi.

     Il rumore sotto il pavimento si fece più distinto, un raschiare lento e deliberato, come unghie trascinate su legno umido. Non era un suono casuale: aveva un ritmo, una volontà. Blackwood lo percepì nello stomaco prima ancora che nelle orecchie, una vibrazione sorda che gli risaliva lungo la spina dorsale.

     «Non guardarla negli occhi,» disse Quinn con voce tesa, continuando a recitare nonostante il latino gli si spezzasse in gola. Il sudore gli colava dalla fronte. «Sta cercando un appiglio.»

     Troppo tardi.
     La donna — o ciò che stava usando il suo corpo — aveva già inchiodato Blackwood con lo sguardo. Il sorriso si era allargato oltre ogni possibilità umana, stirando le labbra fino a farle tremare. «Tu sai cosa vuol dire tenere qualcosa chiuso,» sussurrò. «Sai cosa vuol dire sentire che, se molli la presa, tutto crolla.»

     Blackwood sentì il tic alla mano accelerare. Le dita si aprivano e chiudevano senza controllo. «Non sei il primo a provarci,» rispose. «E non sarai l’ultimo a fallire.» La stanza tremò. Un quadro cadde dal muro e si infranse al suolo. Dal pavimento si sollevò una polvere sottile, scura, che odorava di terra bagnata e di cantina.

     O’Connor arretrò di un passo, il volto pallido. «Padre…»

     «Adesso!» gridò Quinn. Il prete cambiò tono, la voce diventò più dura, più antica. Non era più solo preghiera: era un ordine. Il crocifisso, nonostante la crepa, si scaldò nella sua mano. La donna urlò, un suono acuto e disumano che fece vibrare i vetri.
Il pavimento cedette di qualche centimetro, come se qualcosa stesse premendo dal basso. Una mano — nera, troppo lunga — comparve tra le assi spezzate, poi scomparve di nuovo.

     Blackwood fece la sua scelta.
     Avanzò fino al bordo del simbolo tracciato a terra e vi mise il piede sopra, cancellandone una parte.

     Quinn urlò il suo nome, ma non si fermò. «Vuoi una porta?» disse, a denti stretti. «Allora guarda bene.»
Per un istante, la cosa esitò. Bastò.
Quinn pronunciò l’ultima formula con un filo di voce, come se stesse strappando le parole dal fondo di sé. L’aria si contrasse, poi esplose in un colpo secco. Le candele si spensero tutte insieme.
Quando la luce tornò, la stanza era immobile.

     La donna giaceva svenuta, il corpo finalmente rilassato. Il pavimento era integro, come se nulla fosse mai successo. Solo i simboli, ora sbiaditi, raccontavano un’altra storia.

     Blackwood si appoggiò al muro, respirando a fatica.

     Quinn si avvicinò lentamente. «Non era finita,» disse piano. «L’abbiamo solo rimandata.»

     Blackwood annuì, lo sguardo fisso nel vuoto. «Lo so.»

     Da qualche parte, lontano, qualcosa aveva imparato il suo nome.


(Racconto inedito – © Claudio Bertolotti. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione totale o parziale.)

L’ULTIMO RINTOCCO


     La notte di Capodanno avvolgeva Londra in una nebbia festosa e malsana, come se la città stesse trattenendo il respiro prima di cambiare pelle. Le luci a gas tremavano lungo Fleet Street, riflettendosi sui sanpietrini bagnati.   

     Edgar Blackwood camminava con passo misurato, un sigaro economico acceso tra le labbra. Il fumo gli scaldava la gola. La mano libera, quella sinistra, si apriva e si chiudeva in un tic irregolare. Non era impazienza. Era presagio.

     Al suo fianco, il sergente Elias Monroe osservava la folla con attenzione. Uomini e donne ridevano, brindavano, aspettavano la mezzanotte come se fosse una promessa reale e non solo un’illusione collettiva. «Strano, ispettore» disse. «Tutti convinti che basti un rintocco per lasciarsi alle spalle ciò che sono stati.»

     Blackwood espirò lentamente. «È per questo che stanotte è pericolosa.»
Il primo colpo di campana di St. Bride’s risuonò nell’aria, cupo e profondo. La gente applaudì. Qualcuno lanciò coriandoli. Ma sotto quel rumore, Blackwood percepì un altro suono: un sussurro che non seguiva il ritmo della festa. Si fermò di colpo. Il tic alla mano accelerò.

     «Lo sente anche lei?» chiese Monroe.

     «Sì. E non viene dalle campane.»
Attraversarono un vicolo laterale, lasciandosi alle spalle la folla. Qui la nebbia era più densa, quasi oleosa. Sul muro di mattoni compariva una scritta tracciata con gesso nero: “L’anno non cambia. Cambiano i debiti.

     Monroe deglutì. «È una minaccia?»

     «È un conto» rispose Blackwood.

     Un uomo emerse dalla foschia. Indossava un cappotto elegante, fuori luogo per quel vicolo, e sorrideva come chi sa già di avere vinto. «Ispettore Blackwood» disse con voce morbida. «Che coincidenza. Stavo proprio aspettando la mezzanotte.»

     La mano di Blackwood si chiuse a pugno. «Non è una notte adatta ai giochi.»

     «Oh, ma io non gioco.» L’uomo indicò un vecchio orologio da taschino. Le lancette erano ferme pochi secondi prima del nuovo anno. «Quando le campane suoneranno l’ultimo rintocco, qualcuno pagherà per ciò che ha promesso e non mantenuto.»
Il secondo rintocco esplose nell’aria. Più vicino. Più forte.

     Monroe fece un passo avanti. «Chi?»

     L’uomo sorrise ancora. «Tutti. Uno alla volta.»

     Blackwood avanzò lentamente. Il sigaro cadde a terra, schiacciato sotto la suola. «Le promesse non sono vincoli legali.»

     «No» ammise l’uomo. «Sono peggiori.»
Il terzo rintocco. Poi il quarto. Ogni colpo faceva vibrare i mattoni, come se la città stessa stesse contando.

     Blackwood fissò l’orologio. «È rotto.»

     Il sorriso dell’uomo vacillò. «No. È preciso.»

     «No» ripeté Blackwood. «È fermo.»

     Monroe afferrò l’uomo prima che potesse reagire. L’orologio cadde e si aprì, rivelando un meccanismo arrugginito, immobile da anni.

     Le campane suonarono l’ultimo rintocco. La mezzanotte arrivò. Nulla accadde. L’uomo sbiancò. «Non è possibile…»

     Blackwood inspirò a fondo. Il tic alla mano si placò. «L’anno cambia anche senza il tuo permesso.»

     Quando tornarono sulla strada principale, la folla esultava. Brindisi. Abbracci. Monroe guardò Blackwood.

     «Allora… è davvero iniziato un nuovo anno?»

     Blackwood accese un altro sigaro. «Per qualcuno sì. Per altri, dovrà aspettare.»


LA LETTERA MAI APERTA

(Racconto inedito – © Claudio Bertolotti. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione totale o parziale.)

     La lettera arrivava ogni lunedì mattina, sempre alla stessa ora. Carta avorio, nessun mittente, nessun timbro riconoscibile. Dopo dieci anni, Margaret Hale non provava più sorpresa. Solo una stanchezza che le si era sedimentata addosso come polvere. Non l’aveva mai aperta. Non per paura di ciò che avrebbe letto, ma per ciò che accadeva ogni volta che ci aveva provato.

     La prima volta era morto il marito. Un infarto improvviso, la busta ancora intatta sul tavolo.

     La seconda, la sorella.

     Poi un vicino, un’amica, un medico. Sempre qualcuno vicino. Sempre dopo che le sue dita avevano sfiorato il bordo della carta, cercando l’apertura.

     Quando Edgar Blackwood entrò nel suo salotto, l’aria sapeva di tè freddo e rinuncia. L’ispettore osservò la donna senza fretta, il sigaro economico spento tra le dita. La mano sinistra si apriva e si chiudeva in un tic lento, misurato.
«Dieci anni» disse. «È una costanza rara.»

     Margaret annuì. «Non ho mai smesso di riceverla. Non ho mai smesso di scegliere.»

     Blackwood sollevò lo sguardo. «Di non scegliere.» La lettera era lì, sul tavolo. Una tra tante, identica alle altre. Nessuna sembrava più vecchia o più nuova. Solo presente. «Posso?» chiese.

     Margaret esitò. Poi fece un passo indietro. «Se muore qualcuno…»

     «Morirà comunque qualcuno» rispose Blackwood con calma. «La differenza è chi porta il peso.» La mano gli si chiuse una volta sola. Poi si fermò. Prese la busta e la aprì.

     Dentro non c’era nulla. Nessuna parola. Nessun simbolo. Solo un foglio bianco, perfettamente liscio.

     Margaret sgranò gli occhi. «Non è possibile.»

     «Lo è» disse Blackwood. «Perché non è un messaggio.»

     Lei si sedette lentamente. «Allora cos’è?»

     Blackwood posò il foglio sul tavolo. «È una decisione che non ha mai preso forma. Ogni volta che lei ha provato ad aprirla, il mondo ha deciso al posto suo. Ha colmato il vuoto.»

     Un rumore provenne dalla stanza accanto. Un colpo secco. Margaret sussultò. Blackwood non si mosse. «Non questa volta.»

     Passarono alcuni secondi. Nulla accadde.

     «Dieci anni» mormorò Margaret. «Dieci anni a pensare di proteggere gli altri.»

     «No» disse Blackwood. «Dieci anni a rimandare.» Si avviò verso la porta. Il tic alla mano era scomparso. «La lettera smetterà di arrivare.»

     «E se avessi aperto prima?» chiese lei, con voce rotta.

     Blackwood si fermò sulla soglia. «Allora qualcuno avrebbe vissuto. Ma non sarebbe stata una scelta comoda.»

     Quando la porta si chiuse, Margaret rimase sola con il foglio bianco davanti a sé. Per la prima volta, non c’era più nulla da evitare.


(Racconto inedito – © Claudio Bertolotti. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione totale o parziale.)

IL BAMBINO CHE RICORDAVA TROPPO

     Il bambino non parlava come un testimone. Parlava come qualcuno che c’era stato. Seduto su una sedia troppo grande per lui, le gambe che non toccavano il pavimento, Thomas Reed descriveva la scena con una precisione che non apparteneva alla sua età. Non alzava la voce. Non cercava attenzione. Si limitava a ricordare.

     «Il coltello era corto» disse. «La lama seghettata solo da un lato. Ha colpito due volte. La seconda per essere sicuro.»


     Edgar Blackwood ascoltava in silenzio, il sigaro economico spento tra le dita. La mano sinistra si apriva e si chiudeva in un tic lento, quasi impercettibile. Sul tavolo c’erano i fascicoli: tre omicidi irrisolti, avvenuti in anni diversi, quartieri diversi, senza alcun legame apparente.
Eppure il bambino li stava attraversando uno per uno. «Come fai a saperlo?» chiese Blackwood.


     Thomas inclinò la testa. «Perché lo so.»
Non era una sfida. Era una constatazione.
Il secondo omicidio lo descrisse con più fatica. Il corpo spostato. Il tentativo maldestro di pulire il pavimento. L’odore, soprattutto. «Non va via» disse, arricciando il naso. «Resta anche dopo.»


     Blackwood chiuse un fascicolo. Le descrizioni combaciavano. Dettagli mai resi pubblici. Errori dell’assassino noti solo a chi aveva guardato da molto vicino.
«Tu eri lì?» domandò.

     Thomas scosse la testa. «No.»

     «Allora chi era?»

     Il bambino esitò. Per la prima volta sembrò cercare le parole. «Qualcuno che non ha finito.»

     Il tic alla mano di Blackwood si fermò.
L’ultimo omicidio fu quello che lo convinse. Thomas parlò di una vittima che nessuno aveva mai identificato. Descrisse un anello nascosto nella tasca del cappotto, mai ritrovato. Blackwood lo fece cercare. Era ancora lì.
Quando rimasero soli, Blackwood si abbassò alla sua altezza. «Questi ricordi… quando sono iniziati?»

     «Dopo che ho sognato» rispose Thomas. «Un uomo. Non aveva un volto preciso. Ma sapeva che qualcuno avrebbe continuato.»

     Blackwood inspirò lentamente. «E tu continui.»

     Thomas lo guardò dritto negli occhi. «Io ricordo.»

     Fu allora che Blackwood capì. Non era una visione. Non era un dono. Era una trasmissione. Come una malattia che non colpisce il corpo, ma la memoria. Il male che non trova pace cerca qualcuno che lo ricordi al posto suo. «Non sei colpevole» disse Blackwood. «Ma non sei libero.»

     Il bambino abbassò lo sguardo. «Succederà ancora?»

     Blackwood si rialzò. Accese il sigaro. Il fumo riempì la stanza, spezzando la tensione. «No, se resti qui.»

     «Qui dove?»

     «Nel presente.» Quando uscì dalla stanza, Blackwood capì che il passato non muore mai davvero. Aspetta soltanto un corpo nuovo che sia disposto a portarlo.


(Racconto inedito – © Claudio Bertolotti. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione totale o parziale.)

LA CHIAVE CHE NON APRE

     La chiave era piccola, consumata, priva di qualsiasi segno distintivo. Non aveva inciso alcun numero, né simboli. Eppure compariva ovunque. Edgar Blackwood la osservava sul tavolo di Scotland Yard, il sigaro economico spento tra le dita. La mano sinistra si apriva e si chiudeva in un tic lento, automatico.

     Accanto a lui, il sergente Elias Monroe consultava l’elenco delle scene del crimine. «Tre omicidi» disse. «Tre quartieri diversi. Stessa chiave.»

     Blackwood annuì. «E nessuna serratura forzata.»

     La chiave era stata trovata sempre nello stesso modo: nella tasca interna della vittima, come se fosse stata messa lì con attenzione. Nessun segno di colluttazione. Nessun ingresso violento. Le porte risultavano chiuse dall’interno.
Monroe la prese tra due dita. «Non apre nulla.» Provò a inserirla nella serratura dell’ufficio. Non entrò. Nemmeno di un millimetro. La ripose, infastidito. «Allora perché portarla con sé?»

     Blackwood sollevò lo sguardo. «Per sentirsi al sicuro.» Il tic alla mano si accentuò quando Monroe infilò la chiave in tasca, distrattamente. Non disse nulla. Ma lo osservò con attenzione.

     Nei giorni successivi, Monroe cominciò a dormire male. Non era paura. Era una sensazione diversa, più sottile. Ogni stanza gli sembrava temporanea. Ogni porta, provvisoria. Anche in ufficio, anche a casa, aveva l’impressione che nulla fosse davvero chiuso.
«È solo suggestione» disse una sera, cercando di sorridere.

     Blackwood non rispose. Guardava la chiave. O meglio, il modo in cui non stava mai ferma. Ogni volta che la lasciavano su un tavolo, finiva per cambiare posizione.
Quando trovarono la quarta vittima, la chiave non era con lei.
Era nella tasca di Monroe.

     Il sergente sbiancò. «Io non…»

     «Lo so» disse Blackwood. «Non l’hai messa tu.»

     La stanza era intatta. Nessun segno di effrazione. Solo un senso di esposizione totale, come se le pareti avessero rinunciato a proteggere. Blackwood prese la chiave. La strinse nel palmo. Il tic alla mano cessò di colpo. «Questa non è una chiave d’ingresso» disse piano. «È una chiave di convinzione.»

     Monroe lo fissò. «Convince di cosa?»

     «Che esista un luogo sicuro.» Blackwood lasciò cadere la chiave sul pavimento. Non la raccolse. «Finché cerchi di usarla, ti illude. Quando smetti di pensarla come una protezione, perde potere.»

     La chiave rimase lì, immobile, per la prima volta.

     Monroe inspirò a fondo. «E se qualcuno la raccoglie?»

     Blackwood accese il sigaro. Il fumo si diffuse lento. «Allora ricomincerà.»

     Uscirono dalla stanza senza voltarsi.

     Dietro di loro, nessuna porta era davvero chiusa.


(Racconto inedito – © Claudio Bertolotti. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione totale o parziale.)

IL TURNO CHE NON FINISCE

     Il guardiano era morto da tre settimane. Infarto, turno di notte, corpo trovato seduto sulla sedia della portineria con la giacca ancora addosso. Tutto regolare. Troppo regolare.
Eppure il suo nome continuava a comparire nei registri delle presenze.

     Edgar Blackwood osservava il quaderno aperto sul banco, il sigaro economico spento tra le dita. La mano sinistra si apriva e si chiudeva in un tic lento, misurato. Ogni riga era identica alla precedente: stessa ora d’ingresso, stessa ora d’uscita. E soprattutto, stessa firma.

     «Qualcuno la sta falsificando» disse il sergente Monroe, secco. «È una frode. Magari per coprire un altro turno.»

     Blackwood non rispose subito. Seguì con l’indice una firma, poi un’altra. Non c’erano sbavature. Nessuna esitazione. La grafia era stanca, ma sicura. Una scrittura che non cercava di imitare: era quella giusta. «Un falsario migliora» disse infine. «Qui non c’è miglioramento.»

     La portineria era rimasta com’era il giorno della morte. Stesso odore di caffè freddo, stessa luce fioca, stessa sedia leggermente inclinata all’indietro.

     Blackwood ebbe la sensazione netta che qualcuno si fosse solo alzato un momento.

     Monroe si guardò intorno. «Allora chi firma?»

     Il tic alla mano di Blackwood aumentò. «Chi non ha mai smesso.»

     Quella notte decisero di restare. Mezzanotte passata, il registro era ancora vuoto. L’orologio a muro ticchettava con una puntualità quasi ostinata. Alle due e cinquanta, Blackwood sentì l’aria cambiare. Non fredda. Occupata.
Alle tre in punto, la penna sul banco rotolò di pochi millimetri.

     Monroe trattenne il respiro. «Ha visto…»

     La firma comparve lentamente, come se qualcuno stesse scrivendo con una mano paziente, invisibile. Nessuna fretta. Nessun errore. Il nome del guardiano si completò con la stessa inclinazione delle altre notti.

     Blackwood non intervenne. Non era paura. Era rispetto.

     Quando tutto finì, il silenzio tornò pesante. Monroe si avvicinò al registro. «Dobbiamo fermarlo.»

     Blackwood accese il sigaro. Il fumo si diffuse lento. «Non finché il turno esiste.»

     «Ma è morto.»

     «No» rispose Blackwood. «Ha solo smesso di essere pagato.»

     Monroe lo fissò. «È una condanna, allora.»

     «Sì» disse Blackwood. «Il lavoro che ti definisce abbastanza a lungo da non lasciarti andare.» All’alba, Blackwood prese il registro e tracciò una linea netta sotto l’ultima firma. Scrisse una sola parola: CHIUSO.

     La notte seguente, il registro restò vuoto. Ma per un istante — solo uno — Blackwood ebbe la certezza che qualcuno, da qualche parte, stesse aspettando che il turno ricominciasse.


(Racconto inedito – © Claudio Bertolotti. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione totale o parziale.)

IL BAMBINO CON LA BOCCA CUCITA

     Il bambino era vivo. Questo fu l’unico dettaglio che sorprese davvero Edgar Blackwood. Era seduto sul bordo del letto, le mani legate davanti a sé con uno spago sottile. La bocca era cucita con filo nero, punti regolari, pazienti, come quelli di un sarto esperto. Nessun segno di colluttazione. Nessuna lacrima. Solo occhi spalancati, immobili, troppo lucidi per appartenere a un’infanzia normale.

     Blackwood restò in piedi, il sigaro economico spento tra le dita. La mano sinistra si apriva e si chiudeva in un tic lento, controllato. Accanto a lui, il sergente Declan O’Connor deglutì a vuoto.

     «Chi può fare una cosa simile a un bambino?» mormorò.

     Blackwood non rispose. Guardava i punti. Non erano stati messi per chiudere.
Erano stati messi per trattenere.
«Padre Quinn» disse infine. «Ora.»

     Marcus Quinn entrò nella stanza in silenzio. Non indossava paramenti solenni, solo il suo abito scuro consumato. Si avvicinò al bambino senza fretta, come se temesse di disturbare qualcosa di già sveglio. «Non ha paura» osservò. «Questo è il problema.»

     Il bambino emise un suono soffocato. Non un lamento. Una sillaba spezzata, compressa contro il filo. Quinn sbiancò.

     «Avete sentito?» chiese O’Connor.

     Blackwood annuì. «Non viene da lui.»

     Quinn si chinò. «Ogni punto…» disse piano. «È un sigillo.»

     Il tic alla mano di Blackwood si arrestò. «Sigillo di cosa?»

     Quinn chiuse gli occhi. «Di un nome.»
Il bambino si irrigidì. Le vene del collo pulsarono. Un altro suono cercò di uscire, più forte. Il filo tirò, la pelle si tese, ma tenne.

     «Se parla?» chiese O’Connor.

     «Non parlerà» rispose Quinn. «Risponderà.»

     Blackwood sentì un brivido risalirgli la schiena. «A chi.»

     «A chi lo chiama» disse Quinn. «O a chi lo libera.» Un passo falso, e il filo avrebbe ceduto. Quinn posò due dita sulla fronte del bambino e sussurrò una preghiera che non apparteneva a nessun catechismo moderno. L’aria si fece densa. Il bambino tremò.
Uno dei punti iniziò a sanguinare.
Dal filo uscì una voce. Non del bambino.
Un nome venne spinto contro la cucitura, spezzato, soffocato.
Quinn strinse i denti. «Ogni punto è un nome trattenuto. Scioglierli tutti significherebbe lasciarli passare.»

     «E tenerli?» chiese Blackwood.

     «Condannare il bambino a portare l’inferno in silenzio.»

     Il tic alla mano tornò. Blackwood guardò il volto immobile del piccolo. «Allora si sceglie.»

     Quinn annuì. «Sempre.»

     Quando uscirono dalla stanza, il bambino dormiva, sedato, ancora cucito.
Per ora.

     O’Connor si passò una mano sul volto. «E se torna?»

     Blackwood accese il sigaro. Il fumo si alzò lento. «Allora sapremo che il filo non basta più.»

     E nessuno di loro osò chiedersi quanti nomi restassero ancora da trattenere.


(Racconto inedito – © Claudio Bertolotti. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione totale o parziale.)

IL BATTESIMO AL CONTRARIO

     L’acqua era ancora tiepida.
     Fu il primo dettaglio che Edgar Blackwood registrò entrando nella sacrestia. Il sigaro economico restò spento tra le dita; la mano sinistra si apriva e si chiudeva in un tic lento, come se stesse contando qualcosa che non voleva nominare. La vasca battesimale, di pietra chiara, era colma fino all’orlo. L’acqua benedetta rifletteva la luce delle candele con una calma offensiva.

     Dentro, il bambino.
     Non aveva segni di violenza. Nessun livido, nessuna ferita. Il corpo era composto, le mani incrociate sul petto come in un riposo imparato troppo presto. Gli occhi chiusi. La pelle pallida, ma non livida. Non era un annegamento. Non del tutto.

     Padre Marcus Quinn si avvicinò senza togliersi il cappotto. L’odore d’incenso e cera gli si incollava addosso come una seconda pelle. Guardò l’acqua, poi il volto del bambino, e distolse lo sguardo.
«Non è un omicidio rituale» disse piano.

     Blackwood annuì. «Lo so.» Il tic alla mano accelerò quando Quinn immerse due dita nell’acqua.

     La ritrasse subito. «È stata benedetta di recente.»

     «Allora perché è morto?» chiese Blackwood.

     Quinn non rispose. Si chinò, osservò il bordo della vasca. C’erano segni sottili, quasi invisibili: incisioni minute, ripetute, come se qualcuno avesse tracciato parole senza volerle rendere leggibili.

     «Non è stato portato qui per entrare» disse infine. «È stato portato per uscire.»

     Blackwood sentì un freddo preciso attraversargli la schiena. «Uscire da cosa.»

     Quinn chiuse gli occhi un istante. «Dal mondo.»

     Il silenzio della chiesa si fece pesante. Le candele tremarono, non per una corrente d’aria, ma come se avessero esitato. Blackwood accese il sigaro; il fumo salì lento, profanando appena l’aria sacra. «Chi farebbe una cosa simile?» chiese.

     «Qualcuno che crede di restituire ciò che non gli appartiene» rispose Quinn. «Il battesimo è un ingresso. Questo è l’opposto. Un tentativo di cancellazione.»

     Blackwood guardò il bambino. Non c’era terrore sul volto. Solo una quiete innaturale, come se fosse stato convinto. «E se avessero avuto ragione?»

     Quinn lo fissò. «Nessuno ha il diritto di decidere se un’anima debba tornare indietro.»

     «E se l’anima non fosse mai arrivata?» mormorò Blackwood.

     Un lieve incresparsi dell’acqua rispose al posto del sacerdote. La superficie tremò, poi si fermò. Quinn fece il segno della croce, ma la sua mano esitò a metà gesto.

     «Non lo rifaranno?» chiese Blackwood.

     Quinn scosse il capo. «Chi tenta una restituzione non si ferma al primo errore.»

     Blackwood spense il sigaro sul bordo di pietra. Il tic alla mano cessò. «Allora dovremo impedirglielo.»

     Uscirono dalla chiesa lasciando il bambino nell’acqua benedetta.

     Alle loro spalle, nessuna campana suonò. Come se anche il sacro, per una volta, avesse scelto il silenzio.


(Racconto inedito – © Claudio Bertolotti. Tutti i diritti riservati. Vietata la riproduzione totale o parziale.)

IL CORPO CHE NON VOLEVA STARE FERMO

Il cadavere era stato ricomposto tre volte.
E tre volte avevano fallito.

Edgar Blackwood osservava il corpo sul tavolo dell’obitorio, il sigaro economico spento tra le dita. La mano sinistra si apriva e si chiudeva in un tic irregolare, come se stesse seguendo un ritmo che solo lui sentiva. Le braccia del morto non restavano mai dove le mettevano. Le mani scivolavano sempre verso il bordo, come in cerca di appiglio.

«Rigor mortis normale» disse il medico. «Poi… niente. Si rilassa. Troppo.»

Il sergente Monroe evitava di guardare il volto. «Sembra che non voglia stare qui.»

Blackwood inclinò appena la testa. «Non è una sensazione.»

Il corpo apparteneva a un uomo di mezza età, nessun segno di violenza evidente. Era morto nel suo letto, secondo i vicini. Ma sul petto, sotto la camicia, c’erano segni sottili: pressioni, come se qualcosa avesse spinto dall’interno, cercando di uscire.

Quando rimasero soli, Monroe si avvicinò. «Pensi a una possessione?»

Blackwood non rispose subito. Accese il sigaro. Il fumo riempì l’aria fredda dell’obitorio. In quel momento, le dita del cadavere si mossero di pochi millimetri.

Monroe indietreggiò. «L’hai visto?»

«Sì» disse Blackwood. «Non è un ritorno.» Il tic alla mano aumentò mentre sollevava il lenzuolo. Il torace del morto si sollevò impercettibilmente, come in un respiro trattenuto da troppo tempo. «Non è lui che cerca di muoversi» mormorò Blackwood. «È ciò che è rimasto.»

Un rumore umido, interno, percorse il corpo. La bocca si aprì appena, senza emettere suono. Non era un tentativo di parlare. Era un tentativo di liberarsi.

«Che cosa?» chiese Monroe, con la voce incrinata.

Blackwood spense il sigaro con decisione. «Un’abitudine.»

Il corpo ebbe uno scatto improvviso. Le mani si piegarono, le spalle si sollevarono come tirate da un filo invisibile. Poi tutto tornò immobile.

Il medico rientrò di corsa. «Che succede?»

Blackwood si voltò. «Chi era quest’uomo.»

«Un impiegato. Sempre puntuale. Non mancava mai un giorno di lavoro.»

Blackwood chiuse gli occhi per un istante. «E quando ha smesso?»

«Mai.»

Il tic alla mano cessò. «Non è morto quando il cuore si è fermato» disse Blackwood. «È morto quando non serviva più. Il corpo non l’ha accettato.»

Il medico impallidì. Monroe guardò il cadavere con occhi nuovi. «Che facciamo?» chiese.

Blackwood fece un passo indietro. «Lo lasciamo andare.»

Quando spensero le luci, il corpo si rilassò del tutto.
Per la prima volta.

E Monroe capì che alcune persone non muoiono.
Si esauriscono.